Educazione fisica e processi cognitivi: evidenze scientifiche


Andrea Farnese



Da più di dieci anni numerosi studiosi e ricercatori impegnati nel campo della scuola primaria sostengono la tesi che l’attività motoria scolastica è, o deve comunque divenire, il nuovo filo conduttore da adottare per conseguire  risultati positivi nell’ambito della prevenzione al rischio di patologie cardiovascolari e metaboliche, e nell’attivazione dei processi cognitivi fondamentali per qualsiasi tipo di apprendimento.

Nel 2006 è stata avviata una ricerca che ha portato ad evidenziare l’importanza dell’attività motoria scolastica nell’ottimizzare il comportamento e l’attenzione degli alunni durante le lezioni di didattica. Quattro anni più tardi, studi condotti da Chaddock ed altri ricercatori hanno documentato come l’esercizio fisico abbia un’influenza diretta sul corpo striato (nucleo della base deputato alla pianificazione e alla modulazione dei movimenti, ma anche implicato in una varietà di processi cognitivi che coinvolgono la funzione esecutiva), aumentandone dimensioni e funzionalità, oltre ad avere un effetto positivo sull’incremento dei livelli di dopamina nel sistema nervoso centrale.
Tali conoscenze hanno permesso di analizzare più approfonditamente il ruolo dell’esercizio fisico sul sistema nervoso, rivelando come bambini che eseguono assiduamente attività di tipo aerobico riescano ad incrementare il volume dell’ippocampo, ottenendo di conseguenza performance più elevate a livello delle funzioni esecutive del cervello (in primis attenzione e controllo cognitivo). Inoltre, recenti studi hanno dimostrato come il fitness aerobico acceleri sostanzialmente lo sviluppo della guaina mielinica che ricopre gli assoni, aumentando notevolmente i livelli di trasmissione delle informazioni interneurali e agevolando la facilitazione dei potenziali di azione. Ne consegue
un miglioramento trasversale di tutta la funzionalità cognitiva del sistema nervoso, soprattutto per quello che concerne le fasi di attivazione e presa di decisione.

Grazie all’avvento della tecnologia e delle innumerevoli innovazioni che si sono succedute nel tempo, i ricercatori moderni possono avvalersi di strumenti medico-scientifici performanti soprattutto dal punto di vista diagnostico-strumentale.  Eseguire accurati screening e mappature del sistema nervoso centrale in tempo reale e attraverso tecniche computerizzate poco invasive, è ormai divenuta un’operazione di routine ad elevato grado di attendibilità. I nuovi strumenti di valutazione avvalorano ancora di più le sperimentazioni, collocando la scienza al servizio della persona in una sintesi processuale che metta al centro l’individuo. In questo contesto, anche la bibliografia scientifica ha potuto godere di un notevole arricchimento, segno del crescente interesse pubblico e di una rinnovata necessità del mondo istituzionale di avvalersi del sostegno della ricerca per confutare pragmatismi e teorie.

Diviene quindi essenziale approfondire le conoscenze nel campo dell’attività motoria. La ricerca può fungere da fulcro attorno al quale costruire percorsi educativo-formativi adeguati e funzionali, per riportare il movimento all’interno del processo di crescita del bambino, assodando il ruolo fondamentale che lo stesso ricopre nello sviluppo delle funzioni cognitive. A questo va aggiunta anche l’indubbia funzione dell’attività motoria nella prevenzione e nella lotta all’obesità giovanile, che negli ultimi anni sta divenendo una condizione radicata soprattutto nelle società industrializzate, con un’incidenza epidemiologica troppo tangibile per essere trascurata.
A tal proposito, numerosi studi confermano che l’indice di massa corporea (Body Mass Index) rimane relativamente costante nel tempo, soprattutto in quei soggetti che svolgono attività fisica con regolarità. Inoltre, è stato dimostrato che soggetti con una buona capacità aerobica ottengono risultati curricolari migliori, soprattutto nella matematica e nella lettura, rispetto ad una popolazione sedentaria.

Recenti articoli scientifici riportano programmi didattici adottati, o meglio adattati, per combattere l’obesità giovanile. Uno di questi intervalla l’attività aerobica ad esercizi anaerobici, delineando come tetto minimo 180 minuti di movimento settimanali, di cui 60 minuti a moderata/alta intensità. I dati emersi sono confortanti, in quanto denotano una sostanziale riduzione del BMI nei bambini coinvolti dalla sperimentazione, con un’incidenza maggiore a carico dei soggetti in sovrappeso e/o obesi. Se a questo protocollo motorio si aggiungessero anche interventi educativo-informativi sull’alimentazione, accompagnati a diete che prevedono il corretto apporto giornaliero di cibo, la rilevanza dell’azione su questa tipologia di soggetti risulterebbe ancora maggiore (come denunciano buona parte degli studi condotti in tale ambito).

Le esigenze di confronto delle istituzioni sull’importante tema del sovrappeso e dell’obesità nei soggetti in età scolare, hanno portato recentemente il National Institutes of Health degli Stati Uniti a condurre una sperimentazione della durata di tre anni, dal nome PAAC (Physical Activity Across the Curriculum), con l’intento di promuovere l’attività fisica nei bambini della scuola primaria attraverso la pianificazione di percorsi adeguati a contrastare lo sviluppo e la diffusione dei fenomeni sopracitati. Lo studio ha evidenziato una sostanziale modificazione del BMI negli alunni che hanno preso parte alla sperimentazione, dimostrando ancora una volta l’incidenza di una programmazione
didattica idonea, non solo alle esigenze formative, ma soprattutto allo sviluppo pisco-fisico dei discenti.

Al breve excursus appena affrontato che affonda le radici sull’ampio panorama della ricerca in campo motorio-scolastico e nella prevenzione della salute dei bambini, vanno aggiunte delle considerazioni sul disagio psichico, patologia che colpisce maggiormente le fasce d’età adolescenziali e che si sta vertiginosamente diffondendo.

Ricerche in campo internazionale sul problema della depressione evidenziano importanti correlazioni dirette con l’attività aerobica, dimostrando l’efficacia e l’efficienza di percorsi motori adeguati nel combattere tale affezione. Aumentando il tempo che soggetti depressi dedicano al movimento (soprattutto quello che riguarda un’attività di tipo aerobico), gli stati bio-umorali dell’individuo incrementano con una riduzione della sintomatologia che accompagna il decorso della malattia. Questi scenari aprono una finestra ancora più ampia nei confronti dei benefici dell’attività fisica, dimostrando la necessità di sensibilizzare in primis il mondo istituzionale, per raggiungere un radicale cambiamento culturale. A tal fine, Scuola e Sanità non possono far altro che assumersi la responsabilità di un intervento mirato ad investire risorse umane ed economiche, per la creazione di percorsi finalizzati al miglioramento dello stato di salute dei cittadini.

Per saperne di più: Mente in movimento, 99 giochi per l'educazione fisica, l'apprendimento e l'interdisciplinarietà. Perugia: Calzetti & Mariucci, 2016.

Per approfondire: I giochi del cuore, 80 attività ludiche in movimento per bambini da tre a cinque anni. Luca e Mariluce Nardi. Perugia: Calzetti & Mariucci, 2013.