Le situazioni stressanti nella pallacanestro


Luca Sighinolfi



Nella pallacanestro il diametro dell’anello è di circa 45 cm, il diametro del pallone è di circa 24 cm. Per quanto allenato tecnicamente e fisicamente, se a un giocatore trema la mano prima di tirare la probabilità che segni si riduce notevolmente.

In tutte le fasi di gioco ci sono situazioni difficili, potenzialmente stressanti. Le situazioni stressanti nello sport sono raggruppabili in cinque macrocategorie (Gould, Finch et al., 1993)35:
A) Situazioni di pressioni e aspettative verso performance di alto livello, o al livello di campioni nazionali/internazionali. Che le aspettative siano esercitate dallo staff tecnico, dallo staff dirigenziale, da terzi o dall’atleta stesso. Parliamo sempre di situazioni stressanti che lo espongono al rischio di giocare per gratificare le proprie o altrui fantasie (e pretese) prestazionali.

Un esempio all’ordine del giorno. Prima di una partita importante l’allenatore entra nello spogliatoio e comincia a parlare ai suoi giocatori:

"Oggi giochiamo una partita importante, dobbiamo vincere. Loro hanno due punti in più di noi in classifica e se non li battiamo non arriviamo ai playoff. Il pubblico ci fischierà contro e noi dobbiamo farli stare zitti. Abbiamo gli occhi addosso della dirigenza, non sono contenti delle ultime due partite, pretendono una vittoria, subito! Pietro, se non marchi il loro lungo, il 5, e non lo tieni, prende altri 13 rimbalzi e perdiamo come all’andata. Mario, non puoi tirare con il 30% dal campo, oggi quando tiri devi segnare!"

L'allenatore concluderà questo discorso pensando di aver “dato una scossa” ai suoi giocatori e di “averli caricati”, avendogli fatto capire l’importanza della partita, che non possono sbagliare e che bisogna vincere. In realtà l’allenatore ha vomitato addosso ai suoi giocatori la sua ansia e la sua paura di perdere, un elenco di imposizioni e obblighi individuali, “tu devi fare questo, tu devi fare quello, altrimenti siamo morti” e gli sta dando obiettivi impossibili! Pensaci, se un giocatore di pallacanestro tira con il 50% dal campo è un buon risultato (anche ottimo direi), questo significa che se un giocatore sbaglia il 50% dei tiri che fa è un buon risultato.

Se come allenatore dico ai miei giocatori che devono segnare perchè la dirigenza pretende e noi dobbiamo vincere, con tre verbi piazzo (almeno) quattro mine nel nostro spogliatoio:
1) do obiettivi di risultato e non di processo. L’importante è quello che segna il tabellone e quello che segna lo scorer, l’impegno che ci metto non conta nulla se non realizzo.
2) Do obiettivi impossibili o quasi impossibili, come non sbagliare al tiro (che tradotto significa “tira con il 100%”), o come dobbiamo zittire il pubblico, che è sostanzialmente impossibile perchè 10, 100, 10.000 persone vivranno emotivamente due ore di partita ed esprimeranno quello che vivono anche verbalmente, quindi cercheranno di sostenere la propria squadra, tifando, urlando, fischiando, gioendo e soffrendo, indipendentemente dalla prestazione degli avversari. E se anche la squadra ospite dovesse riuscire a “zittire il pubblico” mostrando una superiorità schiacciante, non è di certo dicendo ai propri giocatori di zittire il pubblico (variabile indipendente e non controllabile!) che li aiuto ad avere una maggiore percezione di controllo sulla partita.
3) Brucio la componente ludica e divertente nel giocare una partita di pallacanestro. La componente di piacere e di divertimento è fondamentale per impegnarsi, non solo nei bambini ma anche negli adulti! Quindi un allenatore si dovrebbe preoccupare molto di più di promuovere impegno e divertimento, a tutti i livelli, piuttosto che imporre pressioni ed aspettative (come se, tra l’altro, i giocatori non sapessero dell’importanza della partita!).
4) Riduco l’importanza della squadra e della condivisione di esperienze ed eventi insieme (come la partita) a favore dei “compiti” e dello scoring a fine gara. In pratica rendo più importante il colore del referto rispetto alla cooperazione, al senso di appartenenza e alla partecipazione di tutti i presenti alla squadra.

Parliamo delle squadre giovanili. A proposito delle quali Messina afferma: “Consiglio di basarsi su due fattori: l’umore del bambino quando torna a casa dopo l’allenamento/partita e il livello di unità della squadra. Se mio figlio torna a casa con il sorriso e la sua squadra gioca con altruismo e senza gelosie, significa che va tutto bene, indipendentemente dal colore del referto. Se invece troppo spesso si verifica il contrario, è meglio cambiare ambiente anche se arrivano le vittorie.” Studiando e conoscendo settori giovanili diversi, mi piacerebbe poter affermare che la filosofia di Messina sia quella più condivisa non solo in teoria, ma anche in pratica.

B) Situazioni stressanti legate a problemi relazionali con l’allenatore, con i compagni di squadra o con persone di riferimento. (Su questo tema magari scriverò un altro libro in futuro, che non sarà comunque esauriente...).

C) Condizioni poste dal sistema sportivo al giocatore:
1) se il tempo di allenamento/ gioco è troppo impegnativo rispetto agli interessi dell’atleta;
2) se le richieste in termini di impegno e sacrificio sono troppo alte in rapporto alla disponibilità dell’atleta;
3) se il giocatore non viene pagato o ha problemi economici; situazioni potenzialmente stressanti in relazione
4) alle pressioni mediatiche e al rapporto con i media in generale (qualunque sia il giudizio redazionale).

D) Richiesta di abilità psicologiche specifiche, per affrontare situazioni di elevato agonismo, di stress competitivo e di ansia da prestazione.

E) Richieste fisiche:
1) di performance a livello corporeo,
2) di recupero, non solo in seguito ad infortuni,
3) di peso-forma e/o di regime alimentare.

Perchè mettere a fuoco queste cinque macrocategorie di situazioni stressanti nello sport? Prima di tutto perchè sono fondamentali nella valutazione di un giocatore professionista (e non): ci sono molti giocatori con capacità tecnico-tattiche di alto livello che “si sciolgono” di fronte a situazioni stressanti, perchè avere eccellenti competenze nei fondamentali di palleggio e di passaggio non significa saper trasmettere ordine e fiducia ai compagni nell’attaccare una difesa ben organizzata.
Le capacità tecnico-tattiche favoriscono il lavoro delle abilità mentali (e viceversa!), ma non è stato dimostrato che, nel percorso di crescita di un giocatore, se un giocatore migliora sul piano tecnico-tattico automaticamente migliora anche nelle abilità mentali.

Quindi, anche le abilità mentali e le risorse psicologiche vanno valutate nella scelta di un giocatore, soprattutto a fronte di un ingaggio costoso! Inoltre, nel ciclo di vita di un professionista si presentano sempre situazioni stressanti nuove, di diversa natura (A-B-C-D-E). Ad esempio, per un giocatore che non si è mai infortunato gravemente, la rottura del ginocchio può essere potenzialmente un Cigno nero: sia nel caso in cui il danno strutturale gli impedirà di tornare a giocare per motivi fisici, sia nel caso in cui il danno strutturale sarà riabilitato, ma l’esperienza dell’infortunio gli impedirà di tornare a giocare “come prima” per problemi di equilibrio psicologico. Il fatto che non sia prevedibile sapere con anticipo che situazioni si presenteranno durante la stagione, non significa che non valga la pena raccogliere più informazioni possibili sulle modalità di affrontamento (o evitamento) delle situazioni stressanti da parte del giocatore in questione. Volete conoscere un giocatore? Guardate come reagisce ai problemi!

Per saperne di più: Pallacanestro antifragile, Luca Sighinolfi. Perugia: Calzetti & Mariucci, 2016.